L’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma ha organizzato con il Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae (PCIMME) la conferenza “I problemi bioetici nella pastorale del sacerdote,” tenuta da P. Alberto Carrara, L.C. (Docente della Facoltà di Filosofia e Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica). L’evento si è svolto ieri – lunedì 28 febbraio 2022 – dalle 18:30 alle 19:45 a Roma.

L’idea di questo Evento nasce con l’obiettivo di offrire momenti di approfondimenti aperti, su tematiche di particolare interesse nel cammino pastorale attuale.

In diretta sul canale Facebook del PCIMME

Di seguito una sinossi della conferenza e le slides in PDF.

Alcune premesse introducono il contesto contemporaneo della bio-etica: (1) l’essere umano è un essere “anfibio” (V. Possenti) costituito in un’unità organica da due realtà intrinsecamente interdipendenti: psiché e soma; la corporeità ne è la sintesi, l’orizzonte e il “luogo” attraverso il quale questa unità-duale di esprime e si manifesta nello spazio e nel tempo (2) la medicina – e le neuroscienze in particolare – rileggono oggi la corporeità umana quale realtà sistemica: siamo organismi. Tutti gli organi dei diversi sistemi del nostro corpo biologico comunicano tra loro in una modalità che possiamo definire bi-direzionale: l’omeostasi del vivente umano è mantenuta dal “dialogo” tra tutti i sistemi del nostro organismo (3) questo organismo umano ha un ciclo vitale: la genetica ha chiarito che non siamo immortali: nel profondo del nostro patrimonio genetico un “orologio” molecolare conta le divisioni delle nostre cellule; ecco – tra altri – uno dei principali motivi per cui il nostro organismo deperisce e muore (4) con un altro lato della stessa medaglia, anche la nostra vita psichica ha una evoluzione che – normalmente – prevede una fase di crescita evolutiva progressiva ascendente, un plateau e una fase di decrescita sino alla morte (5) quest’animale razionale (per riprendere la definizione di uomo data da Aristotele) che siamo si declina anche nel senso di animale tecnologico: da sempre – da quando l’uomo è Homo sapiens – abbiamo proiettato fuori di noi, imitando la natura e la nostra corporeità, tutto un mondo di artefatti, strumenti e tecnologie che hanno permesso di sopperire alle numerose carenze biologiche, psicologiche,… che possediamo e che, positivamente considerate, non sono altro che la possibilità per tutto quello che oggi è la Quarta Rivoluzione Industriale.

Dopo questa cornice, è stata esposta un pò di “storia” della bioetica: dal “padre” della medicina Ippocrate di Kos o Cos, sino all’oncologo Potter che tra il 1970-1971 rese famoso il termine bioetica: Bioethics a bridge to the future. Negli stessi anni – esattamente nel 1973 – la neuro-psichiatra di Harvard Anneliese Alma Pontius (1921-2018) coniava il neologismo neuro-etica. Bioetica e Neuroetica nascono da applicazioni mediche e tecniologiche che molto spesso hanno causato conflitti, problemi, sino a vere e proprie situazioni patologiche massive.

La bioetica può essere considerata come quella riflessione interdisciplinare sull’applicazione delle evoluzioni medico-tecnologiche alle diverse fasi – tutte – della vita dell’uomo.

Le interpretazioni – spesso implicite – sullo statuto e natura del nostro corpo non sono indifferenti nell’approcciarsi ai conflitti che sorgono quando la medicina e la tecnologia entrano nelle fasi iniziali, finali ed esistenziali dell’essere umano. Così – ad esempio – nel 1989 il neurologo Ronald Eugene Cranford (1940-2006) introdusse il termine “neuroeticista” per intendere il neurologo membro dei comitati etici: quella figura che avrebbe dovuto rispolvere i problemi etici relativi agli stati alterati di coscienza noti come stati vegetativi. L’orizzonte della bioetica si è aperto nella contemporaneità proprio da questi casi clinici.

Ecco una rappresentazione della vastità dei settori e delle tematiche bioetiche (approfondisci qui):

Iniziando dal fine vita possiamo far risalire il concetto di “respirazione artificiale” al medico greco Galeno (129 d.C) la cui medicina restò una pietra miliare per oltre un millennio; coì descrisse la ventilazione artificiale: «Se prendi un animale morto e soffi aria attraverso la sua laringe attraverso una canna, riempirai i suoi bronchi e vedrai i suoi polmoni raggiungere la massima distensione».

Anche Vesalio (1514-1564) descrisse la ventilazione inserendo una canna o un bastone nella trachea degli animali. Nel 1773, il medico inglese William Hawes (1736-1808) iniziò a pubblicizzare il potere della ventilazione artificiale per rianimare persone che superficialmente sembravano annegate. Una lunga storia che poi dalla “respirazione bocca a bocca” giunge al ventilatore artificiale.

Una decina d’anni prima dai criteri di morte cerebrale stabiliti dalla Commissione ad ho di Harvard (1968), Papa Pio XII – nel suo discorso del 24 novembre 1957 articolava i principi concernenti la rianimazione, l’accertamento della morte e la proporzionalità dei mezzi terapeutici definendo l’“accanimento terapeutico” quale insieme di iniziative clinico-terapeutiche di carattere eccezionale, con le quali si interviene allo scopo di ritardare ad ogni costo la morte, pur non essendoci alcuna valida speranza di ripresa. Ribadendo la non liceità dell’eutanasia, Papa Pacelli affermava che non esiste l’obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. Venne – nel 1957 – definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”. Il Papa affermò: «La ragione naturale e la morale cristiana insegnano che l’uomo (e chiunque abbia l’ufficio di assistere il suo prossimo) ha il diritto e il dovere, in caso di malattia grave, di adottare le cure necessarie per conservare la vita e la salute. […] Ma esso non obbliga, generalmente, che all’impiego dei mezzi ordinari (secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempo, di cultura), ossia di quei mezzi che non impongono un onere straordinario per sé stessi o per altri». Approfondisci l’insegnamento di Pio XII sulla tutela della vita umana qui.

Nel 1980 la Congregazione per la Dottrina della Fede definì così la cosiddetta “dolce morte”: «Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati». Approfondisci il Magistero cattolico sull’eutanasia qui.

Mentre per suicidio assistito deve intendersi l’atto del porre fine alla propria esistenza in modo consapevole mediante l’autosomministrazione di dosi letali di farmaci da parte di un soggetto che viene appunto “assistito” da un medico (in questo caso si parla di suicidio medicalmente assistito) o da un’altra figura che rende disponibili le sostanze necessarie. 

Oggigiorno i dibattiti sul fine vita considerano sempre più – e a ragione – la soluzione delle cure palliative. Un principio vero deve guidare la mentalità e la prassi clinica: Curare sempre, anche se non si può più guarire! Inguaribile non significa incurabile!

In questo contesto la sedazione palliativa è la riduzione intenzionale della vigilanza con mezzi farmacologici, fino alla perdita di coscienza, allo scopo di ridurre o abolire la percezione di un sintomo, altrimenti intollerabile per il paziente, nonostante siano stati messi in opera i mezzi più adeguati per il controllo del sintomo che risulta quindi refrattario.

Nell’ambito dell’inizio della vita è stato toccato il tema dell’aborto procurato, i diversi metodi di procreazione e fecondazione assitita chiarendo che tutte le pratiche eterologhe violano la dignità umana, quelle omologhe extracorporee che prevedono il concepimento in vitro ledono molti diritti umani; mentre “vengono invece accettate in linea di principio le tecniche che si configurano come un aiuto all’atto coniugale e che conservano il legame antropologico fra l’amore coniugale e la trasmissione della vita. Fra le intracorporee la più usata resta la tradizionale inseminazione artificiale, ovviamente nella forma omologa, cioè all’interno della coppia. La fine sensibilità antropologica della morale cattolica chiede che il seme provenga da un atto coniugale e raccolto con apposito condom, piuttosto che da un atto di manipolazione dei genitali: il figlio ha diritto a nascere da un gesto di amore dei genitori, espressione della loro unione e del loro desiderio del genitorialità” (M. Faggioni). Approfondisci il tema: se la Chiesa cattolica sia o meno contraria a ogni forma di fecondazione assistita qui.

Altri temi accennati: la clonozione umana e l’utero artificiale.

Tra le tematiche emergenti – infine – il Prof. Carrara ha presentato tutti quei settori sui quali dal 2017 la Pontificia Accademia per la Vita ha lavorato: dalle cure palliative alla roboetica, dall’intelligneza artificiale alle neurotecnologie, dall’editing genetico alla bioetica globale.

Di seguito le slides in PDF: