Il neurobioeticista Carrara: “non sottovalutiamo gli effetti neurologici e neuropsichiatrici indotti dal SARS-CoV-2, solo conoscendoli possiamo migliorarli, o almeno provarci”

Intervenuto ieri al webinar “Covid-19: gli effetti della pandemia, dell’isolamento sociale e del lockdown sulla salute mentale degli italiani” moderato dall’onorevole Beatrice Lorenzin (link al video) ed organizzato dal Centro Studi Americani, Edra e la Fondazione BRF (Brain Research Fondazione onlus di Pisa), il neurobioeticista Alberto Carrara ha messo in guardia sugli effetti neurologici e neuropsichiatrici che il SARS-CoV-2 è in grado di indurre in modo diretto sia in coloro che vengono infettati e che manifestano la patologia correlata – la COVID-19 – come indirettamente in coloro che subiscono gli effetti pandemici quali l’isolamento, la paura e, non ultimi, la crisi economica e la frattura di importanti legami relazionali.

Dopo il webinar abbiamo intervistato il Prof. Padre Alberto Carrara, Direttore Gruppo di Neurobioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Università Europea di Roma, Fellow della UNESCO Chair in Bioetica e Diritti Umani e Membro della Pontificia Accademia per la Vita.

“Tutti questi dati devono farci prendere atto dell’importanza della sfida neuroetica che ancora pochi considerano a livello mediatico” ­– ha subito incalzato lo studioso – “una profonda, articolata, informata e sistematica comprensione degli effetti neuroscientifici provocati dalla pandemia è la basa per pianificare con efficacia strategie di riduzione dell’impatto dei danni, come di prevenzione e di potenziamento che aiutino a futuro un contenimento dei danni neurologici post-infezione e permettano di evitare una vera e propria ecatombe di globale disabilità”.

Professor Carrara, quali sono questi dati neuroscientifici di cui oggi disponiamo?

“Allo stato attuale, con l’aumento dei contagi dei mesi scorsi a livello planetario si è potuto scoprire, anche grazie alle autopsie sui deceduti positivi, che il virus SARS-CoV-2 non solo attacca i nostri polmoni sino a ledere gli alveoli polmonari ed indurre quello stato di insufficienza respiratoria acuta e grave da cui prende il nome il virus stesso, bensì ci troviamo in una fase di comprensione clinica nella quale l’orizzonte purtroppo si è esteso a tutta la nostra corporeità. Questo coronavirus non solo ci toglie il respiro, ma attacca il nostro corpo nel suo complesso. Si potrebbe dire che nessun sistema ne è immune. SARS-CoV-2 che ad oggi ha fatto registrare la positività di oltre 16.5 milioni di persone nel mondo ed è stato cofattore di morte per oltre 650 mila soggetti (valori al 27 luglio 2020, certamente sottostimati per quanto riguarda il conteggio delle morti), ha uno spettro d’azione e perciò stesso un danno diffuso all’interno del nostro corpo ben più vasto di quanto pensavamo all’inizio, cioè a febbraio. Oltre a polmoni, reni e fegato, il SARS-CoV-2 manifesta sin dalle prime fasi dell’infezione un particolare tropismo per i recettori dell’olfatto. Ciò significa che il virus predilige cellule nervose, come sono questi recettori, inducendo la perdita dell’olfatto (detta tecnicamente “anosmia”), che ora sappiamo essere transitoria nella maggior parte dei guariti. Ma non è tutto”.

In che senso non è tutto?

“Numerosi studi hanno messo in evidenza, sin da febbraio 2020, diversi effetti cerebrali di SARS-CoV-2. Recentemente, l’8 luglio, la rivista BRAIN ha pubblicato uno studio dal titolo The emerging spectrum of COVID-19 neurology: clinical, radiological and laboratory findings dal quale emerge un panorama abbastanza esaustivo sugli effetti che denominerei endogeni o genetici che il virus stesso è in grado di indurre direttamente a contatto con le diverse cellule che costituiscono il sistema nervoso (qui il termine “genetico” non si riferisce alla disciplina del materiale ereditario, bensì nel senso di effetti diretti interni).

Partiamo da un dato significativo ed allarmante: si stima che la lista di importanti problematiche neurologiche che hanno come causa o con-causa (co-fattore) SARS-CoV-2 ammonti ad un 40%.

Bisogna distinguere tra danni centrali e problematiche periferiche. Tra gli effetti a livello del sistema nervoso centrale abbiamo:

  • Encefalopatie che possono alterare lo stato di coscienza e provocare veri e propri deliri e psicosi
  • Encefaliti
  • Encefalomieliti con emorragie, necrosi e mieliti. Il SARS-CoV-2 può contribuire all’encefalopatia emorragica necrotizzante, una forma rara riportata recentemente nel caso americano di una ex hostess di volo di 54 anni, giunta in un pronto soccorso di Detroit.
  • Sino ad un 6% di ictus ischemici associati spesso a tromboembolismi polmonari

Tra i disordini a livello periferico si sono riscontrati:

  • Una con-causa nell’insorgenza del quadro sintomatico correlato alla cosiddetta sindrome di Guillain-Barré, una delle più frequenti polineuropatie acquisite dovute alla degenerazione delle guaine mieliniche (demielinizzazione), cioè di quei rivestimenti che avvolgendo l’assone delle cellule nervose come una sorta di isolante permettono di mantenerne il potenziale d’azione pressoché invariato e contribuiscono in tal modo ad un messaggio nervoso stabile ed efficace. Sembrerebbe che il coronavirus abbia un’azione di cofattore di questo quadro sindromico contribuendo alle reazioni autoimmuni (tempesta citochinica) che corrodono le guaine mieliniche.
  • Altro danno neurologico che vede il SARS-CoV-2 come cofattore è la nevralgia del trigemino, un disturbo neuropatico con crisi dolorosissime al volto, cioè alle aree innervate dal quinto nervo cranico che dal mento, mandibola, risale verso l’occhio e la fronte”.

Il neurobioeticista Carrara ha voluto ribadire che:

“Gli studi più recenti parlano di un quasi 40% di pazienti COVID-19 con sintomatologia neurologica comprendente eventi cerebro-vascolari, alterazioni dello stato di coscienza (come i deliri, confusione, stati soporosi, quasi di tipo epilettico) e problematiche muscolari, oltre a formicolii a mani e piedi (acroparestesia). Il virus è in grado di alterare profondamente la coagulazione del sangue inducendo nel 6% dei casi veri e propri ictus. Per questi dati, la neurologia e le neuroscienze sono diventate tra le specialità sul fronte d’attacco di questa pandemia ed offrono i dati per ulteriori riflessioni neuroetiche che possono guidare sia gli interventi clinici attuali, come ispirare strategie a medio e lungo periodo per prevenire e contenere i danni”.

Professore, se volessimo fare delle previsioni a futuro, quali potrebbero essere le conseguenze di questo tropismo neurale del Coronavirus?

“Sul fronte degli effetti neurologici endogeni in cui SARS-CoV-2 è coinvolto, mi preme sottolineare l’orizzonte a lungo termine, il futuro: dobbiamo prepararci a sostenere gli effetti post-infezione che in non pochi soggetti guariti cronicizzano ed hanno necessità di accedere alla neuro-riabilitazione.

Vorrei citare il recente studio, tutto italiano, pubblicato il 22 maggio dall’American Academy of Neurology intitolato: Clinical characteristics and outcomes of inpatients with neurologic disease and COVID-19 in Brescia, Lombardy, Italy. Al concludere il lavoro i 44 firmatari mettono in guardia che pazienti COVID-19 ricoverati con malattia neurologica, incluso l’ictus, hanno una mortalità in ospedale significativamente più elevata, delirio incidente e disabilità più elevata rispetto ai pazienti senza COVID-19.

L’orizzonte è quello della disabilità”.

Lei accennava ad effetti epigenetici del virus, che cosa intendeva dire?

“Intendevo che c’è un altro lato della stessa medaglia COVID-19: c’è tutto un altro versante di fattori che denomino esogeni od epigenetici dovuti agli effetti pandemici a livello personale, di interrelazioni sociali, eccetera capaci di modificare la nostra funzionalità cerebrale ed indurre gradualmente vissuti di disagio che se non risolti possono cronicizzare ed essere importanti co-fattori di veri e propri disturbi mentali con manifestazioni sintomatiche che se non trattate precocemente saranno l’anticamera quasi certa per la diagnosi di malattie mentali con un carico soggettivo, familiare, sociale, economico, lavorativo non indifferenti.

Anche qui mi spiego meglio. Come ho messo in luce nei mesi scorsi (link all’articolo Ecco come la pandemia sta cambiando il tuo cervello), da mesi il silenzio, l’isolamento, il deserto delle nostre città, la solitudine dei nostri monumenti sono divenuti la nostra tempesta esistenziale. Il Coronavirus si è diffuso globalmente come una vera e propria tempesta in un mondo globalizzato e tecnologizzato che si muoveva frenetico e quasi inarrestabile verso la conquista dei suoi obiettivi di crescita, produzione ed efficienza, premiando con la fama quelle hard e soft skills tipiche delle nostre industrie 4.0. Se da una parte SARS-CoV-2 attacca il sistema nervoso e perciò stesso il cervello, dall’altro lato, numerosi fattori epigenetici stressogeni da isolamento, reclusione, paura, eccetera hanno la capacità di riplasmare in negativo la nostra funzionalità cerebrale.

Nel 1998 il premio Nobel per la Medicina Eric Richard Kandel (1929-) nel suo articolo A New Intellectual Framework for Psychiatry – pietra miliare per una visione unitiva della persona umana – forniva 5 grandi principi per una psichiatria biologica. Kandel metteva in relazione la stretta interrelazione dinamica tra fattori genetici ed epigenetici nella genesi della malattia mentale.

Con questi presupposti e con le evidenze neuroscientifiche odierne, possiamo affermare che la complessità della situazione di pandemia in cui ci troviamo stia già riplasmando i nostri cervelli.

I numerosi elementi esistenziali negativi: l’isolamento, la paura, la perdita del lavoro, i timori del rischio del contagio, per non parlare del distanziamento forzato da parenti e amici ricoverati e persino moribondi, i lutti vissuti a distanza, eccetera, tutto questo sta concorrendo a produrre alterazioni, in primo luogo, a livello di espressione genica cerebrale, che si riverberano nella modulazione negativa di diversi neurotrasmettitori (tra cui i sistemi dopaminergici, serotoninergici, e altri), sino a vere e proprie modificazioni della connettività neuronale. Se protratte nel tempo, tali alterazioni indotte da fattori stressogeni possono persino venir riconosciute a livello di indagine attraverso EEG (elettroencefalografia) e altre neuro-tecnologie, ad esempio quali variazioni della connettività corticale. Queste evidenze costituiscono le basi per l’insorgenza di sindromi psichiatriche complesse come ad esempio il PTSD, il disturbo post-traumatico da stress”.

Spero di sbagliarmi, ma con tutti questi dati e con quelli relativi alla clinica psichiatrica di questi mesi e alla statistica, non è difficile prevedere per i prossimi mesi uno tsunami di disagi psichiatrico-psicologici”, ammonisce il professor Carrara.

In mezzo a questa tempesta, intravede qualche aspetto positivo?

Non tutto è negativo, questo quadro è tipico si una realtà complessa e altamente dinamica – direi plastica – e proprio la dinamicità possiede in sé anche la potenzialità di rinvertire una situazione negativa. Gli stessi meccanismi che strutturano negativamente il nostro cervello possono essere sfruttati sia per prevenire l’insorgenza di danni funzionali che poi possono tradursi in veri e propri scompensi, sia possono servire per ri-configurare in senso positivo il nostro sistema nervoso debilitato o già disequilibrato.

Esperienze positive, strategie psicologiche nel segno di un benessere psico-fisico integrale, la sfida a reinventare le nostre relazioni e a scoprire le nostre deep skills, quelle relative alla nostra capacità empatica, al saper stare con gli altri, all’ascolto, alla solidarietà, ma pure alla moralità e alla responsabilità, queste e altre strategie positive avranno effetti positivi per riconfigurare certe nostre funzioni neurali e ciò potrà incidere in modo benefico sulla nostra percezione della pandemia, della malattia e sul suo decorso”.

Quali consigli si sente di dare?

Attenzione, non c’è una ricetta magica, ma attraverso una pletora di atteggiamenti e stili di vita da mettere in atto possiamo essere gli attori e i protagonisti del nostro destino in un senso positivo, o almeno possiamo provarci, il risultato non è né scontato, né matematico: l’evitare di abbuffarsi di notizie negative, sostituendole con la lettura o l’ascolto tramite audio-libri di opere di letteratura, di poesia, l’utilizzo di sistemi interattivi via web per prendere visione di siti archeologici, gallerie d’arte, ma anche l’ascolto di musica classica, le buone conversazioni via Zoom, WhatsApp, Teams e altri mezzi, la possibilità di uscire all’aria aperta per camminare, l’abituarsi a un silenzio ricco di esperienze positive, lo sbizzarrirsi in cucina o nel giardinaggio, o in un qualsiasi hobby capace di distogliere la nostra attenzione sulla pandemia, tutto questo e molto di più, può contribuire in senso positivo a prevenire e ristabilire quegli equilibri neurochimici ed elettrici di cui il nostro cervello ha bisogno. La poetessa americana Emily Dickinson nella sua poesia dedicata al nostro organo principe canta la sua estrema plasticità: Il Cervello è più esteso del Cielo, Perché mettili fianco a fianco, L’uno l’altro conterrà, Con facilità e Tu accanto, Il Cervello è più profondo del mare, Perché tienili Azzurro contro Azzurro, L’uno l’altro assorbirà, Come le Spugne i Secchi assorbono, Il Cervello ha giusto il peso di Dio, Perché Soppesali Libbra per Libbra, Ed essi differiranno se differiranno, Come la Sillaba dal Suono”.