Vita per le vite: nutrirsi e dissetarsi con flebo d’amore

Di Tania Cerasella. Summit PAV (Pontificia Accademia per la Vita) 11 e 12 dicembre 2019: due giornate all’insegna dell’amore verso i fratelli più vulnerabili, anziani, bambini, malati, cognitivamente incapaci ma, fortemente persone. L’importanza delle cure palliative, della spiritualità e delle religioni.

Vita per le vite: nutrirsi e dissetarsi con flebo d’amore.

“In una società in cui sempre più gli anziani, tanto più se colpiti da infermità mentale, i malati, le persone in condizioni di vulnerabilità, vengono spinti ai margini della società, quella società espressione della cultura, come dice Papa Francesco dello “scarto”, dell’abbandono, considerati “non produttivi”, la PAV è impegnata a promuovere la “cultura dell’accompagnamento” anche attraverso il “WHITE BOOK”, tradotto in diverse lingue, per riassumere il significato di questo impegno al fine di diffondere la conoscenza e non solo delle cure palliative. “Vulnerabilità non come debolezza, ma come occasione di amore”.

Le cure palliative non vogliono curare ma “prendersi cura, tendere la mano, offrire il sorriso, la preghiera, riconoscere la persona sotto ogni dimensione, non solo fisica, biologica ma anche spirituale, prendersi cura proprio come il Santo cristiano, Martino, il quale decise di tagliare in due il suo “pallio”, il suo mantello”, per offrirne la metà ad un primo mendicante che stava patendo il freddo, spogliandosi anche della seconda metà per donarlo ad un secondo mendicante. Martino volle fare del suo mantello un “mantello d’amore”.

“Le cure palliative non devono essere viste come una tappa “finale” ma una tappa importante della medicina affinchè si possano circondare con un mantello d’amore coloro che stanno vivendo un momento difficile, è indispensabile far maturare una cultura della cura sino al passaggio della morte, un messaggio di come concepire l’esistenza umana, la persona umana, il suo bene che riguarda l’intera comunità, la dignità indispensabile nella reciprocità”.

“Le cure palliative non devono essere viste come “end life care” ma esse iniziano molto prima, in tutta la malattia, non intendono accelerare né posporre la morte, la accettano come un fatto naturale, rispettano i valori culturali, includono sia i bambini, sia le persone anziane, sono la medicina del tenere la mano seppur sempre evidence based, quindi scientifiche”.

Aiutare e stare accanto secondo una concezione olistica che richiede di esaminare le esigenze anche religiose, spirituali della persona.

Dignità, compassione, umiltà. 

“Dobbiamo combattere il “nudging”, nato in ambito economico e che, si esercita, ahimè, anche sui pazienti come “spinta gentile”. “Ogni vita è di qualità, non c’è la qualità della vita, si può parlare di qualità delle cure, della morte ma non della vita”.

Importante la spiritualità che aiuta a vedere e riconoscere il fratello nella sua interezza, nella sua essenza non solo fisica, nella sua globalità.

“L’amore  anche quando il corpo va in frantumi  resta al fondo una indelebile essenza dell’essere umano”.

“Di amore non siamo vecchi”, “la vita delle persone affette da demenze è una vita che non si esaurisce con l’espressione cognitiva, ha altri mille motivi per ricevere e donare amore”.

“Sappiamo che, in un mondo sempre più virtuale e tecnologico l’intelligenza artificiale avrà un ruolo sempre più predominante, sicuramente offrirà le basi per un trattamento appropriato per le persone malate di demenza ma ha bisogno dell’amore per trasformare l’informazione in vero atto di amore, “avrà bisogno di persone che dimostrano amore in modo da trasformare l’informazione che arriva dall’intelligenza artificiale in amore”.

Un summit in cui culture, tradizioni, legislazioni tanto diverse hanno dialogato e riflettuto attorno ad un tavolo interdisciplinare, in cui tanto si è detto sotto ogni profilo, tutto cucito con la parola AMORE.

Molti spunti di riflessione profonda, medica, teologica, etica, giuridica, antropologica e tanto altro, sono stati offerti e soprattutto tutti d’accordo che di lì ciascuno dei partecipanti sarebbe dovuto uscire “facendo” e non cullandosi sul riconoscere la bellezza del Summit ma saperne cogliere la vera essenza.

Ai GRANDI lasciamo che si adoperino per abbattere quei muri che i piccoli non possono ma, ad ognuno di noi l’onere di adoperarsi per offrire al fratello più debole sempre quella mano e quel sorriso che prima di ogni altra sostanza, possono essere quella flebo d’amore che nutre e disseta non il solo corpo ma soprattutto lo spirito.

Credo sia importante diffondere questo messaggio d’amore, come impegno di ognuno di noi verso il fratello.

Ricordiamo sempre come la persona umana, al centro della ns. costituzione, perno del ns. ordinamento prima che ogni norma giuridica meriti attenzione e protezione. Con queste pillole d’amore, perché l’amore infinito, senza pretese, che arriva dal fratello bisognoso, ci avvolga tutti, donandoci sempre il coraggio di saper dare senza mai rammarichi, perché ognuno di noi sappia rinunciare a quel pallio che, avvolgendo il fratello, prima ancora avvolge se stesso, perché ciascuno non debba mai sentirsi diverso ma, piacevolmente, diversamente uguale si lasci contagiare dalla malattia più “bella”, la carità e sappia nutrirsi e dissetarsi con flebo d’amore, un augurio, perché ogni giorno della propria esistenza sia sempre nell’amore e nel “profumo di vita, con la gioia di donarsi”, giunga ad ogni lettore.