Roboetica. Interazione uomo-macchina: prospettiva della disabilità – report

Report del quarto
seminario del “Corso di Perfezionamento in RoboEtica”
, 25 Gennaio 2019
“Interazione uomo-macchina: l’applicazione nell’ambito della disabilità”
di Giulia
Bovassi. Abstract. Sollecitati dalle parole che il Santo Padre, in
Humana Communitas, ha dedicato al ricordo del venticinquesimo anniversario della
Pontifica Accademica per la Vita, accompagnati anche dalla realtà operativa
della dottoressa Federica Ebau, siamo chiamati nuovamente in quest’altra
sessione di ricerca a domandarci come conservare l’umanità entro l’innovazione
tecnica, le cui spinte avvinghiano l’antropologia umana in una morsa talvolta
molto stretta. 

Lo scorso 25 gennaio, il Gruppo di Ricerca in Neurobioetica, in
collaborazione con la Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani e l’Istituto
Scienza e Fede, ha ospitato la dottoressa Federica Ebau, Product Specialist di
Progettiamo Autonomia Robotics s.r.l., per riflettere sul ruolo della robotica
nella riabilitazione, un discorso -come suggerito introduttivamente dal prof.
Claudio Bonito – che sinteticamente si potrebbe definire come una conversazione
sull’utilizzo responsabile dello sviluppo robotico. 

Non bisogna ignorare il
fardello cumulativo di un soggetto che si lascia avvicinare da un oggetto
estraneo, obsoleto fino ad indossarlo e da lì innervare una coesistenza; nessun
lascito «neutrale» al ragionamento. Proprio in quanto innesto tra carne e
artificio, abito esterno, esso non può prescindere da appurate indagini etiche
attorno a suddetta approssimazione fra realtà pensante e realtà meccanizzata.
Fare i conti con elementi di un progresso in divenire, seppur radicalmente
attuale, consente di tracciare formule orientative entro le diverse forme, tra
loro non di rado ambivalenti, che esso dipinge; non è accidentale
l’accostamento ambivalente di euforia e timore entrambi assestati sopra la
seduta scomoda del paradosso tecno-scientifico. 

Usando esattamente il termine
“paradosso”, Papa Francesco, nella lettera segnalata inizialmente, incalza
sull’angoscia vissuta dai popoli nell’era dell’eccellenza scientifica. Perché
temere? La storia, anzi la stessa nascita della bioetica, marca l’avvertimento
continuo di illuminare senza sosta l’azione dell’uomo, quindi l’agire morale,
affinché possa fungere da collante imprescindibile tra gli studi specializzati
e il bene vero per «la cura dell’umanità», dove si trovano contenuti i diritti
fondamentali di ciascun appartenente alla specie umana, la dignità riconosciuta
ai medesimi e l’impegno verso il bene comune. Subentra trasversalmente l’onere
di organismi internazionali come la Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti
Umani, la quale ha lo scopo preciso di alimentare efficacemente la solidità
delle radici comuni, al fine di realizzare ciò che anche il Santo Padre ha
ripreso: una «bioetica globale». Pratiche cliniche, quali l’esperienza
professionale presentata dalla Dottoressa Ebau, concretizzano la teorizzazione
proposta. La robotica -ambito preferenziale della relatrice- non è determinante
solo per dislocate realtà multiformi nei territori nazionali e internazionali,
quanto piuttosto un vero e proprio materiale d’investimento dell’epoca
contemporanea, di cui tre sono gli ambiti nei quali la robotica sarà
massicciamente coinvolta: militare, ospedaliero e industriale. Definire cosa
sia la robotica inerpica pareti ripide, essendo vasto l’inserimento e
altrettanto ampia la concezione abituale del mezzo. Nel caso interessato dal
lavoro della dott.ssa Ebau, quello riabilitativo, il paziente -generalmente
paraplegico- riassume un’entità clinica complessa nella condizione di
appartenenza sia per gli ostacoli oggettivi, fisici, rispetto a individui
normodotati, ma altresì perché questi pazienti conducono una vita per lo più
attiva, famigliare, sportiva o lavorativa movimentata con ingente esigenza
terapeutica- riabilitativa di combattere la sedentarietà. 

Già la precedente
testimonianza di Carmine aveva fatto intuire l’importanza di enormi spinte
prodotte da autostima, forza di volontà e spirito combattivo, allo stesso modo
la nostra Docente conferma la carica positiva dei suoi pazienti e la
centralità, nel raffronto con la macchina, di assumere la prospettiva
esistenziale. «Un ragazzo in carrozzina, senza sensibilità dal busto in giù,
non sente nulla. La sua percezione dello spazio è molto diversa dalla nostra;
si sente come un funambolo appeso in mezzo al nulla», per questo l’impatto con
l’esoscheletro e quindi l’avventura verso un cambio di dimensione, dal basso
verso l’alto, costituisce un punto delicato nel vissuto relazionale ed è stato
interessante, in tal senso, udire la tecnica messa in atto dalla dottoressa di
proporre al paziente la propria immagine mediante uno specchio, metodo di
congiunzione fra due immagini della stessa persona. Ancora una volta siamo
testimoni che il conflitto reale tra artificio e umano rimanda circolarmente
all’identità personale, al discorso su di sé.